Cinema e migranti

Visto l’interesse crescente per il tema dell’immigrazione, può essere interessante creare uno spazio di riflessione intorno ad alcuni film per approfondire l’argomento da diversi punti di vista e creare un dibattito Presentiamo quindi una selezione di lavori cinematografici, scelti da alcuni studenti (Chiara Cau, Corrado Gemma e Gemma Grimoldi), da poter suggerire a chi volesse realizzare un cineforum.

Abbiamo deciso di trattare la tematica dell’immigrazione attraverso le immagini e il suono per diverse ragioni di tipo psico-sociologico.

Innanzitutto il cinema permette la restituzione e il confronto delle storie di vita dei migranti di ieri e dei migranti di oggi. Mentre negli Stati Uniti, ad esempio, il confronto tra diverse ondate migratorie fa parte della tradizione di pensiero non solo dell’opinione pubblica, ma anche della ricerca scientifica, in paesi a recente immigrazione come l’Italia sono ancora poche le comparazioni tra emigrazione e migrazione, migrazione interna e migrazione internazionale (1). Tuttavia esiste un patrimonio di rielaborazione culturale, non scientifica ma artistica, costituito da cinema, ad esempio, ma anche da produzioni musicali e letterarie, che mirano, oltre che a fini estetici e legati al mercato delle telecomunicazioni, anche a rielaborare collettivamente eventi di grande impatto sociale e individuale. Talvolta gli artisti “arrivano prima” degli studiosi a cogliere alcuni mutamenti, alcuni legami tra gli eventi, trame ricorrenti nella storia sociale. Per cui i film, come altre forme d’arte, possono essere mezzi efficaci per raccontare storie e confrontare mondi a cui non si aveva pensato.

La seconda ragione è di tipo più psicologico. Il cinema aiuta ad assumere altri punti di vista, a sviluppare un ascolto attivo verso tematiche fortemente toccanti come le storie di migranti e a comprendere anche emotivamente i vissuti individuali. Il pubblico ha la possibilità di entrare in empatia (dal greco,empateia= dentro la sofferenza o sentimento) con i protagonisti dei film e, in alcune circostanze particolarmente drammatiche, riesce a scuotere gli animi delle persone di fronte allo schermo. Mentre la simpatia consiste nel condividere un’emozione assieme e, quindi, di percepirne la similarità con se stessi, l’empatia si caratterizza per la capacità di sentire le emozioni dell’altro direttamente e di viverle come un’esperienza propria, indipendentemente dalla sua condivisione. E’ interessante notare come, grazie al cinema, lo spettatore possa “appropriarsi” di sentimenti, cognizioni ed emozioni dei personaggi.

In vista di possibili cineforum o visioni di gruppo, si possono individuare alcune sottotematiche come ad esempio il viaggio, storie di vita, la clandestinità, lo sradicamento – e far precedere e/o seguire la visione del film da una discussione sugli elementi più controversi o salienti.

In quest’ottica, il cineforum si potrebbe svolgereè svolto come segue. Il primo film “Nuovomondo” (Emanuele Crialese, 2006) è la storia di un viaggio (che potrebbe corrispondere alla prima tappa del lungo percorso verso l’inserimento nel paese di destinazione) e di un progetto migratorio di persone che provengono da un orizzonte privo di risorse sufficienti alla realizzazione di uno stile di vita dignitoso. Nuovomondo, girato per lo più nel dialetto locale, racconta di una famiglia siciliana che parte dall’Italia alla volta del “nuovo mondo”: l’America. E’ un film che propone molti spunti di riflessione: la situazione di immigrazione italiana agli inizi del Novecento, il pregiudizio che i nostri compatrioti hanno subìto e l’illusione di trovare una realtà più ricca e accogliente della propria richiama una condizione molto simile a quella degli immigrati di oggi che vengono nel nostro paese, carichi di speranza e di desiderio di realizzazione personale. Allora la domanda che ci siamo posti è stata la seguente: quanta differenza c’è tra il carico di aspettative che avevano gli immigrati italiani di allora da quello degli immigrati che vengono, oggi, nel nostro paese? Il ruolo delle aspettative, e della socializzazione anticipatoria alla partenza, che effetti ha sulla scelta del paese di destinazione, sulla strutturazione del progetto migratorio, e poi all’arrivo, nel momento del confronto, spesso durissimo, con la realtà di ricezione? Emerge, attraverso l’atmosfera a tratti onirica del film, l’effetto di una costruzione cognitiva immaginifica, mediata dal livello culturale, dal genere e dall’età dei protagonisti di questa esperienza. La rappresentazione mentale dell’emigrazione è dunque certamente un fatto individuale e intrapsichico, ma anche un fatto eminentemente sociale, negoziato nell’interazione, e dunque legato al contesto territoriale nel quale ha perso forma. Il film mostra chiaramente che molto prima del transnazionalismo e dello sviluppo di mezzi di trasporto e comunicazione efficaci e a basso costo, la discrepanza tra le rappresentazioni di chi partiva e di chi riceveva era abissale, apriva una voragine, una dissonanza cognitiva quasi scioccante, uno iato che i protagonisti della “vecchia immigrazione” hanno affrontato senza alcuna mediazione interculturale, direttamente nel paese di arrivo. Ma anche oggi, evidentemente, la non corrispondenza tra rappresentazioni esiste, ed agisce sulla definizione della partenza, del viaggio e del primo impatto con la società di arrivo.

Immaginando di tracciare una linea coerente tra tutti i film possibili sull’immigrazione, al secondo posto (non per ordine di importanza) è stato inserito il documentario “Come un uomo sulla terra” (2009) di Andrea Segre, Dagmawi Yimer e Riccardo Biadene, corrispondente alla sottotematica “storie di vita”. I documentari, in quanto genere che si colloca a metà tra la forma d’arte e il reportage giornalistico-scientifico, sono fonti preziose in primo luogo per la raccolta e divulgazione della narrazione dal vivo, senza filtri, delle storie di vita dei protagonisti dei tanti viaggi che sottendono all’immigrazione. In questo caso il materiale registrato riguarda il viaggio di migranti etiopi che nel 2005 hanno dovuto attraversare il tratto di deserto tra il Sudan e la Libia, per arrivare in Italia. Vengono sottoposti a violenze da parte dei contrabbandieri, gestori della “rotta” attraverso il Mediterraneo (2), e da parte della polizia libica. Chi narra è la voce diretta di donne e uomini vittime di violenze e soprusi atroci. E ancora peggio, dietro le quinte dei maltrattamenti, si nascono gli accordi presi dall’Italia con la Libia sui traffici dei clandestini provenienti dall’Africa. Le lacrime lasciano il posto a tanti ricordi di donne che, più volte, affermano “è terribile, mi vengono i brividi, preferisco non parlarne”. Suggeriamo vivamente la visione del documentario poiché dà spazio alla reale sofferenza delle persone che hanno vissuto un viaggio così tremendo da poter essere paragonato ad una delle peggiori esperienze affrontate da un popolo. Un trattamento di cui oggi molti paesi europei, che hanno sottoscritto le dichiarazioni universali per i diritti dell’uomo, come l’Italia, sono politicamente e economicamente co-responsabili. Tra gli elementi di discussione che il documentario suscita citiamo il fenomeno della tratta di esseri umani, le sue cause e conseguenze, il tema dello spostamento dei confini dai paesi riceventi flussi migratori ai “paesi di transito”, anche con lo scopo di rendere invisibili forme di coercizione e soprusi che sarebbero illegittimi nei paesi di destinazione; l’assenza dal dibattito pubblico di queste questioni, l’invisibilità di queste storie di vita, accessibili al momento solo grazie al lavoro di coraggiosi documentaristi. L’accoglienza da parte della società ospitante è un’altra tappa fondamentale dell’immigrazione, e quando si realizza diventa la premessa per l’incontro tra due culture che si confrontano ad un livello paritario. Il film “Welcome” (2009) di Philippe Lionet, dieci premi oscar, tra cui miglior film e miglior regista, ha come sfondo la società francese di oggi che detta leggi fortemente restrittive promulgate da Sarkozy verso chi aiuta i clandestini che arrivano in Francia (articolo L622/1 , prevede fino a cinque anni di prigione). Il film narra la storia di amicizia tra un uomo francese e un ragazzo iracheno che arriva a Calais con l’intento di attraversare la manica per raggiungere la sua fidanzata. Nonostante la cruda realtà mostrata dal film, ha suscitato un’impressione talmente forte da far abolire la legge che puniva i cittadini francesi che fornivano aiuti ai clandestini della città. Il cinema dunque, come ogni forma di rielaborazione culturale, può avere il compito non solo di legittimare le relazioni di potere tra i gruppi, ma anche di contribuire a metterle in discussione, anche in un’epoca come la nostra, in cui la “fortezza Europa” sta reagendo alla crisi economica con ulteriore chiusura, quanto meno dichiarata, delle frontiere e in cui i movimenti xenofobi di estrema destra conquistano incarichi istituzionali. Welcome è un esempio di come l’opinione pubblica possa cambiare realmente, se viene data voce alla sofferenza che certe condizioni d’immigrazione portano con sé.

Altro film che riteniamo dia uno spunto interessante alle riflessioni sull’immigrazione e che possa collegarsi alle altre storie narrate precedentemente, è “Gran Torino” (2008) di Clint Eastwood, anch’esso vincitore di numerosi premi oscar e esempio formidabile della possibilità di una convivenza, all’interno dello stesso quartiere, tra due mondi culturali molto diversi. Un uomo americano anziano, reduce dalla guerra in Corea, e una famiglia asiatica sono i protagonisti della vicenda. Un rapporto iniziale fortemente teso, dettato dai pregiudizi che Walt Kowalski (il reduce di guerra, interpretato da Clint Eastwood) ha verso gli asiatici, si trasforma in uno scambio e una convivenza con persone che risultano essere molto più vicine a lui di quanto sia la sua famiglia, tra cui i suoi figli. Pensiamo sia fondamentale parlare di convivenza piuttosto che di integrazione, poiché tale concetto rimanda al processo di assimilazione delle persone immigrate da parte della società accogliente, invece di porsi in un’ottica di interazione con un mondo “Altro”, presupponendo un livello di rapporto paritario. Lo scambio, la consapevolezza di approcciarsi all’altro senza volerlo cambiare a tutti i costi, mantenendo la sua diversità, questa è la ricchezza insita nell’incontro tra due culture diverse che si parlano. In questo senso l’elemento territoriale, il quartiere, lo spazio urbano, sono dimensioni fondamentali.

Per finire, il film “Un bacio appassionato” (2004) di Ken Loach racconta una storia d’amore tra un ragazzo pakistano e un’insegnante irlandese. I due devono attraversare una serie di ostacoli dovuti ai contesti molto diversi di provenienza. La visione di tale film mette in evidenza il fatto che l’amore può diventare davvero un mezzo di comunicazione tra due mondi che fanno fatica a parlarsi e può andare oltre la “distanza” tra essi. Inoltre, è importante notare l’accento posto sulla rigidità manifestata sia dalla famiglia di Cassim (il ragazzo pakistano), strettamente legata ai valori musulmani, sia dal mondo fortemente clericale di cui Roisin, la ragazza irlandese, fa parte. Allora sorgono delle domande: quanta distanza c’è tra due mondi tanto diversi quanto simili per la loro inflessibilità e rigidità di pensiero? Quanto può influenzare la pressione proveniente dalla cultura che s’impone su due persone che si amano? Quanto si possono abbattere le barriere culturali, morali e mentali per poter creare uno spazio d’incontro reale, vivo e creativo? Se ogni coppia è sempre un luogo di mediazione tra sistemi valoriali e simbolici, tra differenti reti familiari e tra concezioni del mondo e del significato della coppia stessa, ciò è particolarmente evidente nel caso delle coppie miste.

La visione di questi film può essere un’occasione per riflettere, come insegna l’antropologia visuale, a partire da un incontro, mediato dalla telecamera e dalla regia, con oggetti, voci, suoni e immagini altrimenti inaccessibili. E’ un’opportunità di costruire un altro punto di vista, senza abbandonare il proprio, ma integrandolo, arricchendolo, prendendo spunto da una varietà di modelli, tanto diversi quanto interdipendenti.

(1)Uno dei primi lavori in tal senso è Pugliese E., 2006, L’Italia tra migrazioni internazionali e migrazioni interne, il Mulino, Bologna.

(2)Come era emerso da una ricerca coordinata da Ferruccio Pastore per Fieriwww.fieri.it negli stessi anni di realizzazione del documentario, l’attraversamento del deserto del Sahari da parte di profughi, rifugiati e altri emigranti presenta caratteristiche simili all’attraversamento del Mar Mediterraneo, nella definizione dei costi e delle rotte controllate dai circuiti illegali dei “traghettatori”, mutabili in base al cambiamento delle leggi sull’immigrazione nei diversi paesi attraversati dai gommoni per mare o dalle carovane su terra, ad esempio, ma anche per le privazioni fisiche e gli abusi che i migranti, e in misura maggiore le migranti, subiscono sia da parte dei trafficanti di esseri umani sia da parte delle forze dell’ordine.

 

Di Chiara Cau e Arianna Santero

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